DOMENICO VOLPI

SCRITTORE, GIORNALISTA, AUTORE DI SAGGI, DI LIBRI PER RAGAZZI E DI TESTI SCOLASTICI

Domenico Volpi e il suo mondo fiabesco

Da RODIA Cosimo e RODIA Antonio:
“L’EVOLUZIONE DEL MERAVIGLIOSO. Dal mito alla fiaba moderna”,

Ed. Liguori, Napoli 2012.

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Percorsi e traguardi

L’approdo di Domenico Volpi al mondo delle fiabe e quindi ai lettori bambini avviene nel secondo tempo della sua maturazione quale scrittore per ragazzi, e occorre ripercorrere brevemente il suo itinerario per capire il percorso umano e intellettuale compiuto da questo autore.

   Volpi è stato un divoratore di libri fin dalla prima infanzia (ha imparato a leggere a quattro anni), e aveva l’aspirazione a divenire insegnante, quindi possedeva sia una notevole padronanza della lingua sia una vocazione educativa. Infatti fu, poi, un animatore del gremito oratorio dei Salesiani al Sacro Cuore di Roma, dove  visse anche l’esperienza dell’assistenza agli “sciuscià” della Stazione Termini. Non ancora ventunenne, fu notato da coloro che iniziavano a ritessere le fila delle associazioni di Azione Cattolica dopo le devastazioni materiali e morali della guerra, e fu invitato a far parte dell’Ufficio Centrale Aspiranti (la direzione nazionale del Movimento dei ragazzi 11-14enni).

   Per l’innata passione verso la scrittura, sperimentata a scuola e all’oratorio con giornali murali, scenette teatrali, parodie e giochi di ruolo, si tuffò immediatamente nel mondo delle numerose pubblicazioni allora edite dall’A:C. e fu redattore del giornale L’Aspirante, che era destinato ai ragazzi iscritti all’Associazione, iniziò a collaborare con soggetti e sceneggiature a Il Vittorioso, il grande giornalino che fece fiorire la scuola italiana del fumetto attirando i maggiori artisti dell’epoca, tra i quali Jacovitti. Nel 1948, fu nominato Redattore Capo con funzioni di direttore, funzioni che esercitò liberamente fino a tutto il 1966.

L'anno racconta   Al giornale collaboravano scrittori e giornalisti già affermati, ma in certe occasioni e ricorrenze annuali (dalle festività religiose e civili al ritmo delle stagioni) occorreva un colpo d’ala particolare che desse delle visuali di senso, e allora nacquero quelle che il Nostro chiamava la sue “novelle simboliche”: idee forti lanciate in forma narrativa senza alcun moralismo, che risultano raccolte, anni dopo,  nel volumetto L’Anno racconta (La Scuola Ed., 1972)), così come vari racconti analoghi pubblicati sul mensile Il Ponte d’Oro (edito dalle POIM) popolarono, quarant’anni dopo, il libro Mitoggi (E.M.I., Bologna) che attualizzava i valori scaturibili dai miti greci.

   Sono racconti sia realistici sia fantastici, con efficaci interpretazioni, trasformazioni e capovolgimenti di fatti che spesso sconfinano da un lato nella mitologia e dell’altro nella fantascienza, e che possono fornire una prima misura delle capacità fantastiche e narrative dell’A. nell’arco dei racconti brevi.

   La sua attenzione verso il mondo dei bambini più piccoli, e quindi al mondo delle fiabe, fu causata da due avvenimenti. Il primo è che, nel 1977, l’Editrice A.V.E. di Roma lo chiamò a dirigere il mensile La Giostra , destinato ai piccoli dai 4 ai 7 anni; il secondo è che, alcuni anni dopo… divenne nonno. Su questo giornalino, ha pubblicato ininterrottamente per oltre vent’anni quella che egli giudica, per questa età, la sua opera più notevole e meno conosciuta. Sono le storielle de I quattro amici del bosco, una saga che vede agire quattro animaletti – uno scoiattolo, un riccio, un passero e una tartaruga – che esprimono tutte le curiosità, le scoperte, le piccole avventure, i rischi e i successi dei bambini. L’Autore le chiama “fiabefavole” perché hanno come protagonisti animali parlanti, come nella favolistica tradizionale, ma di questa non hanno la “morale” finale né un insegnamento universale, e delle fiabe hanno lo stupore, l’imprevisto, l’andatura sognante (non però il prodigioso). Ne parleremo più avanti.

  La fiaba corre sul filo
Ogni numero de La Giostra  conteneva, tra l’altro, anche una fiaba, e il Nostro ne scrisse alcune. Queste attirarono l’attenzione, e nel 1986 la società telefonica S.I.P. si rivolse a lui per la stesura delle “Fiabe al telefono” che ebbero un alto numero di chiamate. Erano cento racconti, di 3’ ciascuna. Volpi ne scrisse un terzo, chiamò altri due autori, Ruggero Y. Quintavalle e Maria Paola Zaffi e coordinò le stesure rendendole omogenee con un accurato lavoro di editing. L’intera serie fu poi raccolta nel trittico di bei volumi La fiaba corre sul filo 1-2–3  in edizione cartonata e illustrata a colori da Margherita Gozzelino (Ed. S.E.I., Torino), ed a questa faremo riferimento.

   Al mondo della fiaba appartengono anche: – il romanzetto La Telebefana  (Ed. Juvenilia, Bergamo), in cui spicca un’altra dote dell’Autore, l’umorismo, in quanto la fiabesca vecchietta è impiegata in una satira dei vari generi televisivi e cinematografici; – il racconto pacifista e interculturale Nel regno degli gnomi degni;-  i libretti di filastrocche Le filafabe e Le fantastrocche (questi ultimi tre, ttti e tre editi da S.E.I. Torino), che appunto abbondano di citazioni dell’universo fiabesco tradizionale e moderno.

Le allegre avventure dei quattro amici del bosco

    È con questo titolo che apparvero, riuniti in un bel volume rilegato (La Scuola, Brescia 1990), settantaquattro dei  raccontini di Domenico Volpi già pubblicati sul mensile La Giostra  e selezionati fra quelli che , un anno prima, erano usciti in edizione più economica, ad uso sia familiare sia scolastico, nei due agili albi Racconti per tutte le stagioni e Ancora racconti per tutte le stagioni per i tipi della stessa editrice.

   Il periodico La Giostra nacque nel 1970 per iniziativa dell’Azione Cattolica nell’editrice A.V.E. di Roma, come servizio alle famiglie e alle scuole materne. Nella sua prima presentazione si dichiarava: “Cari genitori… si è tenuta presente l’opportunità di essere di aiuto a quanti s’interessano dell’educazione dei bambini. E questo, sia nelle pagine destinate ai piccoli (i quali si rivolgeranno ai ‘grandi’ per capire racconti, giochi, attività grafiche…), sia nelle pagine dedicate espressamente a voi, che potrete staccare e conservare”.

   In un periodo di crisi, nel 1977, la conduzione del mensile fu affidata a Domenico Volpi che subito vivificò il prodotto con varie novità: aumento di colori, di pagine e di rubriche. Tra queste, egli intraprese la stesura delle storie di quattro personaggi fissi, appunto “i Quattro amici del bosco”, con lo scopo di “fidelizzare” i lettori affezionandoli a protagonisti che avevano la forma di simpatici animaletti ma anche gli impulsi, le curiosità e i difetti dei bambini, e persino il loro modo di vedere il mondo.

   Ciò s’inseriva nel progetto globale di Volpi, il quale così lo precisò in un convegno celebrativo dei primi vent’anni di vita del periodico:

È il primo giornalino dei bambini. Rappresenta il primo contatto dei bambini con la pagina che fruscia nell’essere sfogliata, che ha illustrazioni affascinanti e parole ancora misteriose, che è carica di simpatia perché racconta le vicende di personaggi amati, che è compagna e suggeritrice di giochi, che riceve scarabocchi e colori, che può essere piegata e ritagliata e incollata, che fa da guida nel mondo della fantasia e della realtà. La simpatia verso la pagina stampata e il rapporti giocoso verso di essa sono due fra i più importanti prerequisiti della lettura e di quella curiosità intellettuale che è alle basi della cultura personale. I lettori non nascono a vent’anni, ma assai prima: e, spero, prima ancora di andare a scuola e di imparare a leggere.

   La Giostra è la premessa di letture future, creando l’abitudine a una stampa riccadi stimolazioni, non passivizzante; crea il gusto, anche estetico, verso pagine più ariose e più riposanti dei molti albi in circolazione … È un giornale per il colloquio adulti-bambini: è molto illustrato ma ha una certa quantità di testo e suggerisce varie attività che richiedono la mediazione degli adulti: un giornale da leggere insieme, ma anche per giocare insieme e per costruire insieme

   Cerchiamo di sviluppare ed offrire ai bambini tutti i linguaggi e i generi letterari  adatti alla loro età e realizzabili a stampa: la fiaba, la favola, la filastrocca, l’indovinello, il racconto realistico, la divulgazione naturalistica, il gioco, le pagine da osservare (educazione del pensiero logico), da completare, de disegnare, da colorare, da colorare, i poster eccetera.”  (in “Per dialogare con i bambini”, Ed A:V:E: , Roma 1990).

   Le storie de “I quattro del bosco” entrano in questo quadro: disposti su due pagine a fronte, i testi sono brevi (circa 1500 battute, meno di una cartella standard), facili ma non banali e con la conquista, da parte dei bambini, di parole nuove (ad es., nomi di animali, di frutti, di piante, di mestieri…), le illustrazioni occupano più di metà dello spazio-pagina e sono affidate ad Alberto Catalani vero artista (disegnatore, scultore in vetro, pittore), che descrive personaggi e ambienti con una festosità di colori a tempera. Ma i raccontini hanno caratteristiche del tutto particolari: sono fiabe per l’assenza di una morale esplicita e per la destinazione a una precisa età, potrebbero essere annoverate nella categoria bozzetti che finora è appartenuta soltanto alla narrativa adulta; sono favole perché trattano di animali parlanti, o più esattamente capaci di comunicare fra loro nonostante le differenze di specie.

   Notiamo che non si tratta di avventure di animaletti antropomorfizzati, alla Disney o alla Geronimo Stilton, ma di “personaggi” ciascuno dei quali mantiene la natura della sua specie zoologica, con le proprie doti e possibilità, il proprio cibo e le proprie abitudini. E poiché la serie raggiunge un paio di centinaia di episodi, possiamo farci un’idea dell’abilità dell’autore che, nonostante tali limiti decisi per la scelta educativa di rispettare la natura sena troppe forzature, riesce a non ripetersi mai e a sorprendere sempre il lettore.

   Anche i nomi dei quattro protagonisti sono affini alla loro natura o formano un’assonanza con il loro nome: Codalunga è lo scoiattolo, Spin è il riccio, Ciop è il passero e la tartaruga si chiama Uga. All’epoca, nomi e forme divennero spesso la rappresentazione simbolica del giornalino nelle copertine, nei giochi, nei poster, e sulle pareti di molte aule scolastiche in tutta l’Italia dalla scuola materna alle prime due classi delle elementari.

   I bambini s’identificarono subito nelle sorti di personaggi che somigliavano molto a loro in quanto avevano curiosità, golosità, voglia di scoprire il mondo, pigrizie, slanci, ardimenti, paure e sentimenti positivi o negativi propri dell’età. A volte, la vicenda consiste nella scoperta di un frutto “nuovo” seguendo il succedersi dei mesi, o di un altro animale “sconosciuto” a loro, oppure di un aspetto della natura, dai fenomeni atmosferici al variare delle stagioni (il mensile seguiva il calendario e per tale ragione gli albi citati ebbero poi quel titolo), tra stupore, ammirazione e timore come accade ai nostri piccoli.

   Da questa saga emergono audacia e sconsideratezza, diffidenza o vera paura, finché si scopre l’aspetto positivo della cosa o della situazione in questione. Altre volte, le qualità, sentimenti e i difetti di uno degli animaletti corrispondono ai paralleli atteggiamenti dei bambini, dall’egoismo all’invidia, dall’amore alla generosità, dall’imprudenza al coraggio, dall’accettazione delle novità ai capricci e alle rivalità; ma, nonostante tutto, appare sempre il valore della solidarietà nei momenti critici e della condivisione in quelli lieti. Prevale sempre la preziosità dell’amicizia, senza evitare i momenti di dissenso e di contrasto..

   Il mondo raffigurato è quello del bosco, dei suoi margini che comprendono campi coltivati, e degli umani che vi capitano.

   Alcuni esempi: il riccio Spin si confronta con i ricci delle castagne, la scoperta delle more fa scoprire anche le spine, quella del fuoco si accompagna allo scoppiettare dei chicchi di mais, i funghi hanno un bel cappello ma ne esistono di velenosi, la rondine saluta prima di partire verso terre lontane, la cicogna arriva a raccontare i suoi viaggi, bisogna condividere il cibo quando uno dei Quattro ha finito le provviste, lo schiudersi di un uovo produce un inno alla vita, dopo qualche dispetto fa bene fare la pace, le api ballano in aria e il miele è buonissimo, i gitanti inquinano l’amato bosco con i loro rifiuti, la luna piena è meravigliosa, e nell’organizzare una merenda insieme e confrontando i vari cibi si può scoprire che esistono importanti diversità che però non ostacolano la gioia di stare insieme.

   E poi occorre superare la noia della pioggia e lo sconcerto della nebbia, sfuggire a un’alluvione, ascoltare i racconti del vento, cambiare le abitudini d’inverno, scoprire il silenzio che fa udire i piccoli rumori del bosco, stupirsi trovando al mattino la brina, essere spaventati dalla grandine, seguire orme sulla neve, capire con la primavera che tutto cresce, accettare i giochi che fa il sole in una giornata variabile o sopportare il buio della notte con l’angoscia di non vederlo più apparire.

   E ancora: cercare di scoprire dove finisce il mondo o che cos’è un arcobaleno, avere pazienza nell’attendere che i frutti siano maturi, sperimentare in vari tempi i diversi gusti (amaro, dolce, acido, agro, salato…), rendersi conto delle diverse condizioni delle cose (calde, fredde, gelate, dure, molli, secche, bagnate…) e, naturalmente giocare e giocare agli stessi giochi dei bambini.

   Anche i problemi sono quelli dell’età: Ciop non si decide mai ad andare a dormire, Codalunga fa sogni paurosi gatto, un puledro sperduto crede di essere stato abbandonato dalla mamma, un cibo viene rifiutato per un pregiudizio o per capriccio, e con la vecchissima nonna di Uga è possibile fare il gioco del “c’era… non c’era” per capire come il mondo era una volta e che cosa è cambiato. Si fa insieme la scoperta che “non sempre le cose buone sono belle e non sempre le cose buone sono belle”.

   Non mancano, secondo le tendenze care all’autore, le notazioni umoristiche, come quando i Quattro, da una collinetta, guardano l’autostrada con traffico bloccato e Uga nota che quei “gusci” lontani sono più lenti di lei, o come quando Ciop fa una magra figura pretendendo di gareggiare nel canto con un usignolo, e Codalunga si fa un nodo alla coda peri ricordare una cosa importante e poi non rammenta perché ha fatto il nodo.

   Oltre ai raccontini apparsi nei libri pubblicati nelle pubblicazioni citate ve ne sono molti altri, usciti successivamente su La Giostra, e l’intera saga andrebbe edita per intero.

La fiaba corre sul filo

    I tre bei volumi cartonati, di cm 21×30, raccolti in cofanetto, recano le firme, in ordine alfabetico, di M. Guarracino, R.Y. Quintavalle e D. Volpi per la S.E.I.; il titolo La fiaba corre sul filo richiama il successo del servizio telefonico 1664 “Le fiabe della buonanotte” in cui le storie furono raccontate da attori. In tale servizio occorreva rimanere entro il limite di 3’ di ascolto, quindi si tratta di testi brevi, di stesura inferiore alla due cartelle standard da 1800 battute ciascuna. Ognuno può immaginare la difficoltà di sviluppare e concludere un arco narrativo in così breve spazio, eppure l’esperienza appare ben riuscita. Ciascuna fiaba non reca il nome dell’Autore, così che il tutto appare come un’opera collettiva, ma è abbastanza facile riconoscere gran parte delle 34 fiabe del nostro Autore, nonostante che egli abbia svolto il compito di rendere omogenea la stesura originale di tre autori così diversi.

   Si tratta di fiabe moderne, che spesso inseriscono invocazioni o formule in versi, come nelle fiabe tradizionali e il ritmo ternario proprio di queste. Gli argomenti vanno dall’animazione di elementi della natura (soprattutto ad opera di Guarracino e Quintavalle) alla visione a volte amorevole e a volte ironica degli elementi fiabeschi tradizionali o dei topoi dell’avventura, in cui si esercita maggiormente Volpi.

   Ecco la satira dello gnomo Tremarello e di sua moglie, che hanno paura di tutto e non si godono le cose belle; ecco il Regno di dolcezza dove tutto è fatto di cose dolci (ricordate la casa della strega in Hansel e Gretel ?) e i pasticcini crescono sugli alberi, ma Giovannino pianta un albero di mele e sconvolge i gusti; ecco il drago scambiato per un lucertolone, che si commuove a sentirsi chiamare “buono”; ecco il pilota di un modernissimo aereo che incontra il tradizionale tappeto volante e trasmette l’avvistamento di un UFO.

   Volpi gioca spesso con le parole. Ad es., presenta due isole gemelle, i cui pacifici abitanti hanno sentito parlare della guerra ma credono sia un gioco: quando una nave pirata si spacca sulle spiagge, dalle due parti si cerca di usare un cannone ma fortunatamente, in base al nome di questo, da una parte si sparano cannoli e dall’altra cannolicchi… con reciproche scoperte gastronomiche. Il linguaggio e il ritmo raddoppiano gli effetti dell’arguzia, che è una dote precipua di questo A. Ecco un esempio che si riferisce evidentemente alla fiaba di Biancaneve:

biancaneve_nani

Ora dovete sapere che le mele stregate fanno male soltanto a Biancaneve. Ai Nani, invece, fanno benissimo. Il primo nano infatti, appena mandata giù mezza mela, si sentì pieno di forza e – ZAC! – di colpo diventò un giovanotto alto, biondo e bello come un principe. Il secondo nano mandò giù l’altra metà del frutto e diventò un principe alto, bruno e bello come un giovanotto. Il terzo nano ci rimase male:- Voi siete cresciuti e io no! Voglio una mela anch’io!-. Tutti e tre allora corsero al castello della Strega:- Vogliamo subito un’altra mela stregata!- –  Non posso: me ne è rimasta una sola e mi serve per avvelenare Biancaneve! – – Dàcci quella mela, o ti buttiamo giù il castello!- Per non rimanere senza casa, la Strega cedette la mela. Il terzo nano la mangiò e diventò un bel giovanotto principe. E laggiù nel bosco, nella casetta dei Sette Nani, Biancaneve fu salva.

    D’altra parte, troviamo il messaggio di Treccina d’Oro: sacrifica i suoi capelli che magicamente si trasformano in filo d’oro per tirare su il fratellino caduto nel pozzo e poi  chiede alla fata quale sia il modo di tornare a casa, e si sente rispondere:- “Buttate il filo davanti a voi, e seguitelo. L’amore riconduce sempre a casa“.

   Siamo nel campo della rivisitazione degli elementi costitutivi delle fiabe antiche. Ne diamo alcuni esempi.

   La noce lanciata da uno scoiattolo incrina il cristallo che protegge la Bella Addormentata e l’aria, entrando, la fa invecchiare; il Principe Azzurro fugge inorridito, e così altri principi d’altri colori, ma al Principe Verde l’Addormentata ricorda la nonna morta: la bacia sulla fronte, la ridesta e l’adotta come vice nonna. Roberto riceve da una fata la solita noce magica con una raccomandazione: “Se ti trovi a fare una cosa difficile, affrontala stringendo forte la noce nel pugno. Se è difficilissima, la noce ti aiuterà. Funzionerà solo una volta, perciò non la sprecare”. Il bambino affronta le difficili prove della giornata, dall’alzarsi per andare a scuola a mangiare la minestra di verdure, dal fare il riposino pomeridiano a rimanere solo nella stanza, con successo e senza mai rompere la noce. Quando questa poi si spacca per caso, cadendo sul pavimento, risulta vuota: “Non c’era nulla. Si sentivano solo un buon profumo e una voce, che sembrava quella della fata, sussurrava: “Quello che c’era qua / era soltanto un po’ / di buona volontà”.

Sulla stessa linea, il genio della lampada di Aladino promette il suo aiuto solo dopo che il bambino abbia fatto un piccolissimo sforzo: “Cammina soltanto fino all’angolo di quel palazzo…Cerca di scrivere le prime tre righe…” e la magia riesce perché l’interessato riesce a concludere da solo. Chiede allora un prodigio più importante: “- Genio, il mio nonno è triste, brontola sempre e non gli va bene niente; ti chiedo di farlo diventare allegro.- – D’accordo, lo farò. Ma tu, appena lo vedi, dàgli un bacio”. Anche questa “magia” riesce, e il bambino esprime la sua ammirazione al genio: “Sei bravissimo! Come ti chiami?” e la risposta è questa: “Il mio nome è un po’ strano. Mi chiamo Cominciatù”.

   A volte Volpi, pur nel limite dei racconti brevissimi, segue le tracce di Andersen dando anima e voce agli oggetti, come la forchetta che ha paura del dentista, il girasole handicappato dal torcicollo, il trattore potente ma presuntuoso, l’aeroplano che si confronta con la libertà di aquile e gabbiani, l’illustrazione di un libro che schizza fuori dalle pagine, le rotaie che vorrebbero separarsi…

   Ritorna spesso il motivo della vittoria degli umili. Un pesciolino senza coda dimostra di essere “diversamente abile” emettendo le più belle bollicine per la gioia degli amici, e due emarginati (perché diversi), un ranocchio blu e una rana rossa, dànno vita a una generazione di girini a strisce dei due colori, tanto che sono ospitati in un laghetto splendido e pulito protetto dal WWF, dove infine viene accolta anche una “normale” rana verde che sembrava avere “un colore un po’ strano”.

   La tartaruga e la lepre, nella gara di corsa, arrivano alla pari perché la prima ha tenacia e costanza e la seconda ha la curiosità che la fa fermare in continuazione a ammirare tutto ciò che trova sul suo percorso: “due doti egualmente importanti”. Ma qui sconfiniamo nella favola, e l’ammonimento è evidente benché non pedante nella storia della mela che aveva troppa fretta di diventare matura e finisce col marcire e cadere nel fango.

Alla scuola delle fate

Il libro, in edizione solida e ben illustrata, continua il filone precedente ma, non avendo più il limite delle lunghezza prestabilita, ogni fiaba può espandersi liberamente. Il titolo nasce da un gruppo di fiabe iniziali in cui l’A. immagina argute vicende del fantastico mondo delle fate: troviamo le fate principianti che frequentano una scuola di magia e che manovrano maldestramente le bacchette magiche combinando guai nel nostro mondo; c’è una fatina compagna di banco in una nostra scuola; c’è una crisi nel mondo delle fiabe e c’è una gita scolastica di fate sulla Terra. Alla la ricerca di quale “sorpresa” sia inserita da una fata pasticcera nelle sue uova di Pasqua per avere tanti effetti benefici sul comportamento della gente si scopre che consiste in “un semplice granello di amore”); c’è un “Genio troppo grande” in parallelo con quello troppo piccolo dei volumi precedenti; e ci sono le “fate dei colori” che ad ogni stagione cambiano l’aspetto della natura. Nel capovolgimento degli stereotipi fiabeschi, appaiono un fantasma troppo piccolo che viene sempre scambiato per un fazzoletto, una strega innamorata di uno spaventapasseri, e le interviste di un giovane giornalista che ha raggiunto le residenze estive dei Babbi Natale.

   È una girandola di trovate, pedagogicamente orientate all’ottimismo e all’assunzione di responsabilità personali. I messaggi più espliciti li troviamo ne La spada di Mago Pacifico e nella fiaba lunga Tre principi e un tesoro.

   Nella prima di queste storie, di chiara impostazione non-violenta, il mago è il padrino di un ragazzo, Ardito, che deve essere ordinato cavaliere; come il suo amico Merlino, Pacifico fa il proprio dovere ma è coerente con il suo nome consegnando una spada incapace di uccidere. A corte, il ragazzo, per la sua abilità di spadaccino, è chiamato a far parte della scorta del re e si trova a difendere il castello e le persone dei sovrani dall’assalto dei banditi. A un certo punto del combattimento, essendo feriti gli altri cavalieri, egli rimane l’unico scudo alla fuga del re e della regina. Invoca l’aiuto del mago e la voce di questi lo consiglia di indietreggiare fino in cantina, da cui i sovrani stanno fuggendo attraverso un passaggio segreto. La narrazione assume un ritmo velocissimo, come in un film comico alla Ridolini (di cui Volpi ebbe ampia contezza dalle “comiche” proiettate all’oratorio salesiano già citato, su un palcoscenico dominato dal motto “Servite Domino in laetitia”):

La cantina era un luogo ampio e buio. Dal soffitto pendevano salami e prosciutti, sui lati si allineavano le botti e s’innalzavano piramidi di forme di cacio. Ed ecco che, in quell’ambiente, la spada forgiata dal mago Pacifico diventa più rapida. Nella semioscurità, sembra mandare lampi. Velocissima, si alza ad affettare salami, a tagliare corde di prosciutti, a infilare formaggi o affonda nella pancia di una botte. Un disastro. Per i banditi, è chiaro. I primi trescivolano sulle fette di salame e stanno lì a cercare di rimettersi in piedi continuando a scivolare su altre fette. Altri due sono messi fuori combattimento da due grossi prosciutti che cadono sulla loro testa. Tra ricevono le dure forme di cacio sul naso, a altre due sui calli dei piedi e restano lì a massaggiarsi le parti colpite. Altri, nel cercare di superare i caduti, inciampano e rimangono a terra sotto il getto di vino che esce da questa o da quella botte. Nessuno può rimproverarli se si fermano a bere un po’ per tirarsi su.

Ardito smette di mulinare la spada, la ferma in un elegante saluto e dice:- I sognori sono serviti. – Poi, sparisce anche lui dentro il passaggio segreto.

Gli altri cavalieri, anche se feriti, accorrono a far prigionieri i briganti, molto disorientati da quello che è capitato. Re e regina lodano l’abilità di Ardito. Davanti alla corte riunita, egli deve raccontare la battaglia e far vedere con quanta rapidità si muove la sua spada. I cavalieri ammirano:- È veloce.- Le dame ammirano:- È un bel giovane.- Un nobile, superbo e invidioso, fa osservare:- Quella lama mi sembra unta. È forse un unguento magico proibito? – – No, signore, -risponde Ardito, e ride- è solamente grasso di prosciutto!

    Nella fiaba lunga Tre principi e un tesoro, l’A. adotta in pieno gli schemi classici, poi scoperti e codificati dal Propp. Tre principi, che si chiamano Primo, Secondo e Minuto, gemelli per nascita ma diversi per corporatura e carattere, sono inviati dal padre a guadagnarsi la corona con qualche grande impresa: chi compirà quella di maggior valore erediterà il trono. Primo affronta un drago e ne porta a corte le spoglie, a perpetua gloria; Secondo riesce a estrarre dalle viscere della montagna un grande tesoro, ma entrambi sono aiutati spontaneamente da Minuto, che dall’alto li vede in pericolo e interviene con lacrime che spengono il soffio ardente del drago e con la profonda conoscenza della montagna; egli, infatti, sembra aver fallito il suo compito: è stato percosso e derubato dai banditi e accolto nella capanna di un boscaiolo, di cui ha sposato la figlia. Torna a corte con moglie e figlio, convinto di non aver compiuto nessuna impresa memorabile, ma con suo stupore la scelta del re cade proprio su di lui, con questa motivazione:

Hai avuto una parte importante nelle imprese dei tuoi fratelli, che sono stati leali nel riferirmi tutto. Hai vissuto una vita dura, da povero, hai lavorato, e perciò non ti dimenticherai mai dei bisogni del popolo. Hai trovato una sposa bella e buona, e mi hai portato il tesoro più grande: una vita, tuo figlio, mio nipote. Sei ricco di amore, e decido per te.

   Conclusione moralistica? Direi valoriale. E si noti come l’intera storia sia punteggiata dalle battute del buffone di corte, che alleggerisce le ansie della regina preoccupata persino che i figli lontani indossino la maglia di lana!

La Telebefana

 Il volumetto La telebefana (Ed. Juvenilia, Bergamo 1988) mette in azione il personaggio fiabesco che, secondo le tradizioni del Centro Italia, porta i doni ai bambini. La Befana, dunque, con il suo ingombrante carico di giocattoli, rimane incastrata fra il comignolo della casa di Pierino e l’antenna della tv. Ogni volta che tenta di liberarsi per continuare la sua missione, precipita dentro un canale televisivo e quindi in un diverso programma.

   In una tripla satira del medium, dei vari generi televisivi e filmici, e della credulità degli spettatori, Volpi scatena la vecchietta in esilaranti avventure, equivoci e bisticci.

Nel mondo del West, pellirosse e banditi cercano d’impadronirsi delle armi giocattolo che pensano siano vere e potenti
(“- Arrendetevi! Il primo che si muove è un uomo morto! – La Befana voleva obiettare che, di solito, chi si muove è un uomo vivo, ma non era il caso di fare dscussioni linguistiche…” “I pochi clienti e gli impiegati erano rimasti di sasso, intimoriti da quelle armi che sembravano assai potenti. Solo il vecchio sceriffo, che era lì a ritirare il magro stipendio, osò estrarre la rivoltella. Non fece in tempo. Tutte le armi entrarono in azione. Due raggi di luce rossa, alimentati da pile elettriche, lo colpirono alla testa, facendogli battere le palpebre per il fastidio. Un mitra disse GRATT-GRATT-GRATT e sputò tre proiettili di plastica. Una pistola puntata minacciosamente emise luci di tutti i colori, a girandola…”).

Su una nave dei pirati, convinti che lei abbia nel sacco un tesoro, “Befi” interpreta a suo modo il linguaggio marinaresco in un pastiche linguistico di dialoghi resi umoristici da malintesi a catena

( “Befi era indignata. Quella era gente capace di ogni ribalderia, persino di mollare il fiocco e d’imbrogliare la maestra. Il ghigno di un pirata le fece sospettare:- Scommetto che è lui che ha buttato giù il povero pappafico…” “”Il capitano la scrutò con l’unico occhio e annunciò:- Io sono Polifemo, comandante di questa nave, di professione pirata. Ho il piacere di accogliere a bordo una signora.-  La Befana, cortese con tutti, rispose:- Il piacere è tutto mio.-, e fu avvolta da una risataccia sgangherata emessa da tutta la ciurma. Il capitano le puntò contro la gamba di legno, per spiegare:- Per sua norma e regola, signora, si ricordi che il piacere della conoscenza è tutto nostro. E se non fosse nostro, faremmo presto a rubarlo! Noi abbiamo messo a sacco le coste di tutta l’America!- – Ah, sì? E ci sono entrate?…” )

 Nel mondo delle fiabe, la vecchietta si trova nel letto della nonna di Cappuccetto, rischia di essere buttata nel forno come strega, e aiuta con qualche regalo la regina di Biancaneve che vorrebbe farsi perdonare da questa ma ha visto sempre respinti i suoi doni (per forza, si trattava di cesti di diverse frutta, e visti i precedenti con le mele…). Precipitata poi in una storia di fantascienza, la Befana è apprezzata per il suo originale veicolo spaziale, la scopa, e in una serie di vertiginose avventure riesce a commuovere i due giganteschi robot-mostri che la Morte Nera a Pallini Gialli ha lasciato a dominio della Terra, donando loro un piccolo robot giocattolo a pile, che essi iniziano a cullare e accudire (“perché ogni piccolo è un portatore di pace”); interessante è l’ironia sui poteri dei computer che fanno tutto, compreso il portare i regali (“– E questo signor Computer –chiede Befi – viene di notte e si arrampica sui tetti, e lascia i regali nelle case in gran segreto, così che i bambini trovino una sorpresa al mattino?- …La Befana non riesce a spiegare, in quel mondo in cui tutto era previsto, il valore della sorpresa, il gusto dell’attesa, la gioia dell’imprevisto”.)

Nell’ultima esperienza, l’ironia diventa satira graffiante: la Befana è scaricata nel belò mezzo di una trasmissione di varietà televisivo che lei stravolge partecipando a balletti, a talk show, a trasmissioni di quiz idioti, il tutto animato da P.B., il Presentatore Bravissimo, e da M.B., (Molto Bravo) in cui il lettore poteva riconoscere Pippo Baudo e Mike Buongiorno, e infine sconvolge, con la sua ingenuità il mondo degli sketc pubblicitari e i loro slogan. Riesce infine a divincolarsi e a compiere la sua missione: alcuni giocattoli desiderati da Pierino sono andati perduti, e il bambino non sembra contento, poi “più forte del giocattolo era la voglia di giocare” e fa buon uso dei regali ricevuti.

   La girandola delle trovate illumina ogni pagina e non spossa ma spesso spassa (per usare un gioco di parole dell’Autore).

Nel regno degli Gnomi Degni

   Per un messaggio antibellico e contro i pregiudizi razziali, linguistici, culturali, Volpi presenta una fiaba in cui non si legge nessuna perorazione e nessun ammaestramento retorico: parlano solo i fatti, le conseguenze le trae il lettore per suo conto (è il metodo usato dallo stesso autore per parlare realisticamente degli orrori della Shoah e del nazismo nel suo romanzo per ragazzi più intenso, “Una rosa bianca per Hans”, recentemente ristampato da Artebaria Ed. di Taranto).

Scrittura impegnata in una fiaba autentica, basata su un gioco linguistico che si può intuire dal titolo, Nel regno degli Gnomi Degni, ma che riserva sorprese.

   Gina è una bambina molto attenta che segue le tracce di un furto di spille fino nel bosco e fino ad arrivare nel regno degli Gnomi scoprendo che il furto mira a fornire, a quei piccoli esseri, punte di lancia per una guerra contro i Folletti, qualificati barbari e “indegni”.

   Il motivo del conflitto è espresso dal re Pugno Magno I e dalla sua corte:

“- Noi, gli Gnomi Degni, che viviamo in un Regno, che ci nutriamo di Lasagne, di Gnocchi e di Bignè, che amiamo i Cigni e gli Gnu, Noi usiamo le lettere G e N in modo giusto: prima la G e poi la N, nell’ordine dell’alfabeto. (…) L’Ordine GNè il Segno della nostra razza, è il Pegno della nobiltà, è il Disegno di Madree Natura che ci ha fatto popolo.

Gina cominciava a capire:- I Folletti, invece?

Pugno Magno spiegò, trattenendo il disgusto: Quelli mettono sempre la N davanti alla G, in modo ang-angoscioso, ing-ingiurioso. Sono diversi. (:..) I Folletti hanno usi orribili:mangiano, piangono, tengono, spingono… Si fanno crescere le unghie… Ballano il tango…Hanno i capelli lunghi…”

Come è evidente, il nostro Autore imposta un discorso sull’assurdità di ogni pregiudizio (culturale, linguistico, razziale ecc.) e mette in burla gli slogan militaristi, oltre a fornire elementi linguistici utili ai bambini di prima o seconda elementare, ma lo fa in pieno clima fiabesco e con ironia. Gina avvicinerà il mondo dei Folletti, schierati accanto alle tombe del cimitero, schiavi della stessa chiusura mentale e pronti al combattimento. Non convincerà né gli uni né gli altri, ma si presenterà sul campo di battaglia con un grande cartello: “Per la pace ci vuole INGEGNO”: “Ecco la parola magica, quella che contiene in sé sia la NG sia la GN:Ingegno per la pace. La pace frutto dell’intelligenza, ingegno per imparare a vivere insieme anche se diversi…”.

   Una trovata narrativa per dire ai piccoli idee grandi.

   Nella stessa collana, intitolata Il Cantastorie, altri due volumetti del nostro Autore s’ispirano al mondo fiabesco, ma lo fanno in forma di scorrevoli filastrocche: Le filafiabee Le fantastrocche”. Nel primo, sono rivisitati, tra umorismo e poesia, tutti i luoghi comuni delle fiabe: “C’era una v0lta un Re, …una Principessa, …un Mago, …un Drago, …un Castello…, un Gigante, …un Orco brutto, …un Lupo,   un Principe Azzurro, ecc.”.

Nel secondo, molti luoghi sono sognati in chiave fantastica: “ Nella fattoria della fantasia, Nella casa della fantasia, Nello zoo della fantasia, Nella farmacia della fantasia” e anche “Nel giardino delle Fate”, “Alla tavola delle Fate”, “L’uovo a sorpresa”, fino al toccante “Il presepio della fantasia”. Ma sulla poetica di Volpi, poco conosciuta, ci sarebbe un altro discorso da fare.

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